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Agrigento e la Valle dei Templi, guida per il turista | Agrigento and the Valley of the Temples, the guide for tourists

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La Storia di Agrigento

Templi

Storia di Agrigento

Nell’anno duemila a.C., i Siculi che popolavano i territori collinari lungo le coste ed avevano costruito dei villaggi sul Colle di Girgenti, sulla Rupe Atenea, sul Colle di Monserrato e sul Colle di Montaperto, vennero in contatto con commercianti micenei e cretesi. Questi mercanti provenienti dalle non lontane terre bagnate dal Mare Egeo, intrattenevano con essi, cordiali rapporti commerciali, offrendo quale merce di scambio i prodotti pregiati del loro artigianato, in cambio di grano. A testimonianza di questo periodo pre-coloniale , sono stati trovati santuari greci accanto a quelli siculi sotto la chiesa di S. Biagio “Santuario Rupestre” e in un angolo del grande Santuario delle Divinità Ctonie. Di questo gemellaggio ne fecero tesoro i Rodio-Cretesi di Gela, i quali decisero di procedere ad una pacifica conquista del territorio agrigentino. Narra Tucidide (6,4,4): Circa 108 anni dopo la fondazione della loro città, i Geloi fondarono Akragas, denominando la città dal fiume; furono scelti come ecisti Aristinoo e Pistillo e alla colonia vennero date le istituzioni, che erano proprie di Gela. Così intorno al 580 a. C. nacque Akragas. La sua organizzazione socio-politica e territoriale è legata al nome del tiranno Falaride (571-556). Sotto questo governo tirannico, Akragas, per un decennio fu tormentata da lotte intestine tra coloni di rodia e quelli cretesi, che portarono all’affrancamento della città alla madre-patria Gela. Falaride dopo varie campagne contro la popolazione locale riuscì a stabilizzare il confine orientale ed a far coincidere il confine ad occidente con il fiume Halykos-Platani, facendo di Akragas una potente e grande polis.

Pittura della Tomba di Terone (Hereon)

Una pittura della Tomba di Terone (Hereon)

(da D.Vivant Denon, op.cit. 1785)

Pittura del Tempio dei Dioscuri (Castore e Polluce)

Pittura del Tempio dei Dioscuri (Castore e Polluce)

(da C.Bartlett, op. cit. 1853)

La città aveva di fronte il mare che dista oltre tre chilometri, alle spalle due colline, la Rupe Atenea e il colle di Girgenti, che la proteggevano a settentrione, ma impedivano al vento di tramontana il ricambio dell’aria, per cui il filosofo Empedocle fece realizzare un profondo solco tra le due alture per consentire ai venti un libero ricambio riciclando l’aria stagnante ed allontanare quindi anche la malaria. Tali opere resero possenti le fortificazioni per le inconsuete proporzioni. Al di sopra di esse ed in vicinanza dell’agorà (piazza centrale) venne edificato il primo tempio di Akragas destinato al culto di Ercole. La politica di Falaride era stata rivolta all'eliminazione delle popolazioni indigene dalle aree di maggiore interesse, mentre quella del suo successore Terone (488-472 a.C.) mirava, con l'aiuto dei Siracusani, a liberare gli scali commerciali dell'isola dall'ingombrante presenza cartaginese. Così intorno al 580 a. C. nacque Akragas. La sua organizzazione socio-politica e territoriale è legata al nome del tiranno Falaride (571-556). Sotto questo governo tirannico, Akragas, per un decennio fu tormentata da lotte intestine tra coloni di rodia e quelli cretesi, che portarono all’affrancamento della città alla madre-patria Gela. Falaride dopo varie campagne contro la popolazione locale riuscì a stabilizzare il confine orientale ed a far coincidere il confine ad occidente con il fiume Halykos-Platani, facendo di Akragas una potente e grande polis. La città aveva di fronte il mare che dista oltre tre km. ,alle spalle due colline, la Rupe Atenea e il colle di Girgenti, che la proteggevano a settentrione, ma impedivano al vento di tramontana il ricambio dell’aria, per cui il filosofo Empedocle fece realizzare un profondo solco tra le due alture per consentire ai venti un libero ricambio riciclando l’aria stagnante ed allontanare quindi anche la malaria. Tali opere resero possenti le fortificazioni per le inconsuete proporzioni. Al di sopra di esse ed in vicinanza dell’agorà (piazza centrale) venne edificato il primo tempio di Akragas destinato al culto di Ercole. La politica di Falaride era stata rivolta all'eliminazione delle popolazioni indigene dalle aree di maggiore interesse, mentre quella del suo successore Terone (488-472 a.C.) mirava, con l'aiuto dei Siracusani, a liberare gli scali commerciali dell'isola dall'ingombrante presenza cartaginese.


"Te invoco città di Persefone città la più bella fra quante albergo son d'uomini,
o amica del fasto che presso Acragante ferace di greggi, ti levi sul clivo turrito;
O Signora, gradisci benevola, e teco si accordino gli uomini e i Numi, da Mida le
foglie del serto Pito gradisci e lui stesso, che vinse gli Ellèni nell'arte cui
Pallade un giorno rinvenne intrecciando la nenia feral delle Gòrgoni".


Così Pindaro, nell'esaltare Mida, cantava Acragas nel V secolo a.C.
(Ode Pitia XII - "A Mida d'Agrigento vincitore col flauto a Pito").

Pianta dell'antica città di Akragante

Pianta Akragante, cartina topografica della vecchia Agrigento

(Schubring, Topogr. Storica di Agrigento, E.Loescher Torino 1887)

La città di Akragas diede i natali cittadini illustri quali: Empedocle (492-430) filosofo, che attraversava la città , vestito di porpora e d’oro, con i sandali di bronzo e la corona apollinea sul capo, il popolo lo acclamava come un dio. L'essenza del suo pensiero filosofico risiedeva nella convinzione che terra, acqua, aria e fuoco consentissero ogni forma di vita sulla terra, associandosi o dissociandosi secondo la legge dell'amore e dell'odio.
Amato dal popolo e odiato dai nobili per le sue idee democratiche, morì in modo straordinario, così come era vissuto; si tramanda, infatti, che morì precipitando dentro il cratere dell'Etna nel corso di un'escursione. Empedocle si interessò dei misteri del mondo, cercando di capirli. Furono frutto dei suoi studi e delle sue ricerche i tre libri (Della Medicina, Della Natura, Delle Cose). Amante della vita ed estremamente generoso fu il ricchissimo Gellia. Egli mandava i servi in giro per la città a raccogliere i forestieri, per ospitarli nella sua casa colma di vasellame d'oro e d'argento, di crateri pregevoli, di statue e di quadri realizzati da Zeusi, Prassitele, Fidia. Tanta raffinatezza e tanta sensibilità d'animo, però, erano contenute in un corpo piccolo e brutto. Si racconta che, andato ambasciatore a Centuripe, le autorità del luogo, per beffeggiarlo, gli chiesero come mai gli Akragantini non avessero mandato un uomo più alto di lui; senza scomporsi, rispose che Akragas mandava uomini grandi solo nelle grandi città.

La città era suddivisa in tanti quartieri quante erano le tribù; di esse ci rimangono solo due nomi Ellei ed Emmenidi.
Dalla Inscriptio Graeca, XIV, 952, risalente alla prima metà del I sec. a.C. e trovata a Roma, si può ricostruire buona parte dell'apparato amministrativo di Akragas. I magistrati, che vi si trovano menzionati sono:
• Lo Jerotita, il quale, eletto annualmente, esercitava il potere civile. Il suo nome era usato per datare decreti, contratti e atti ufficiali.
• Il Paraprostata, che presiedeva il senato.
• Il Proagoro durava in carica un anno, esercitava il potere legislativo in quanto sommo magistrato, ed aveva competenza in campo amministrativo ed economico. I cartaginesi, sbarcati a Marsala nel 406 a.C nel tentativo di riconquistare l'isola, cominciarono a muovere verso Akragas. La città, incapace di mobilitare i suoi figli, si affidò per la difesa completamente nelle mani di mercenari gelesi e campani, i quali non seppero o non vollero difenderla adeguatamente. Gli Akragantini, estenuati da un lungo assedio e dalla fame, furono costretti nottetempo ad abbandonare la città, lasciandola alla mercè dei nemici, che la ridussero ad un cumulo di macerie fumanti, senza risparmiare neanche i templi. Gellia, non volendo lasciare i suoi beni, si rifugiò nel tempio di Athena con la sua famiglia e i suoi amici credendo di essere al sicuro; ma quando vide il fumo levarsi anche tra le colonne degli edifici sacri, si diede fuoco per non cadere prigioniero dei Cartaginesi. Fu una durissima sconfitta per la città. Solo dopo circa sessant'anni essa cominciò lentamente a risorgere, quando il valoroso corinzio Timoleonte sbarcò con le sue truppe nell'isola e battè i Cartaginesi. La città venne ripopolata e le case, gli edifici pubblici, i templi cominciarono ad essere ricostruiti. Timoleonte diede a due nomoteti (legislatori), Cefalo e Dionisio, appositamente chiamati da Corinto, l'incarico di rielaborare l'antica costituzione acragantina, per mettere fine al lungo periodo anarchico cartaginese L'abitato si espanse verso il cosiddetto Quartiere Ellenistico-Romano e verso il settore ovest della Collina dei templi. Successivamente varie considerazioni politiche convinsero gli Acragantini che nella partita giocata tra Siracusa e Cartagine era conveniente per loro schierarsi con i Cartaginesi e per questo nel 210 a. C., nel corso della II Guerra Punica, la città subì l'assedio da parte dei Romani. Ancora una volta gli abitanti, per salvarsi, dovettero abbandonare la città col favore della notte.

Una pittura del Tempio della Concordia

Tempio della Concordia

(da C.Bartlett, Pictures from Sicily, London 1853)

Una pittura del Tempio di Era Lacinia (Giunone)

Tempio di Giunone

(da C.Bartlett, op. cit. 1853)

Una pittura del Tempio di Era Lacinia (Giunone)

Una pittura del Termpio di Asclepio (Esculapio)

(da C.Bartlett, op. cit. 1853)

Scultura raffigurante Empedocle, il filosofo greco

Empedocle ''il filosofo''

I nuovi conquistatori mutarono il nome Akragas in Agrigentum e provvidero al ripopolamento ed al restauro dell'area urbana. L'arrivo di molti coloni consentì ai Romani di realizzare un notevole sfruttamento agrario del territorio, nell'ambito di quella politica frumentaria volta a fare della Sicilia il granaio dell'Impero. A tale scopo, cercando di sfruttare al massimo i terreni per questo tipo di coltura, si abbattè qualsiasi tipo di vegetazione arborea. Intere foreste andarono perse, causando un grave danno irreparabile a tutto l’ecosistema e agli strati più profondi della terra, i quali non più imbrigliati dalle radici furono resi molto permeabili con gravi cause di continui smottamenti. Ecco il motivo per cui la buona parte della Sicilia oggi è brulla ed arida, particolarmente quando l’inverno è scarso di piogge. Da ciò deriva la nostra povertà di acqua, di verde, di laghi e di fiumi che oggi hanno solo carattere torrenziale. La nuova dominazione inizialmente incise poco nel costume e nella lingua dell'elemento greco. Sapientemente i Romani mantennero la costituzione greca, la divisione in tribù e le antiche magistrature.

Il sistema tributario greco, che prevedeva il pagamento delle famose decime sul frumento, vino, olio ecc... (Lex Jeronica), divenne addirittura il cardine del sistema tributario romano. Con la fine dell'Impero d'Occidente nel 476 d.C. Agrigentum venne travolta dalla furia devastatrice dei Barbari, che cessò solo con l'arrivo dei Bizantini nel VI sec. d.C. In questo periodo si diffuse il Cristianesimo.
La popolazione ormai notevolmente ridotta, si era concentrata soprattutto nella zona del Quartiere Ellenistico-Romano.Quando i pirati saraceni iniziarono sanguinose incursioni lungo le nostre coste, gli Agrigentini si videro costretti a trasferirsi sul Colle di Girgenti dove era più facile difendersi. Nell' 828 la città fu conquistata dagli Arabi. I primi tempi furono duri, ma a poco a poco tra Arabi e Agrigentini si riuscì a raggiungere un'intesa, che permise alla comunità di crescere e prosperare. Le attività agricole, quelle artigiane, industriali e commerciali, ebbero un tale sviluppo da richiamare da altri centri siciliani e persino dall'Africa molte persone e si ebbe un incremento demografico, cui seguì per conseguenza uno sviluppo urbanistico. La città, che nell'XI sec. aveva una popolazione prevalentemente araba, era costituita da abitazioni trogloditiche nella parte bassa e da abitazioni in muratura nella parte alta, realizzate con largo uso di paglia e terriccio. In cima ad un poggetto un castello aveva il compito di difendere l'abitato.

Completamente arabizzata nei costumi, nella topografia e perfino nel nome Gergent, la città così si presentava nel periodo di massimo sviluppo. A seguito del trasferimento della popolazione sul colle, lo scalo marittimo fu spostato più ad ovest. Da qui partivano le navi cariche di grano, olio, pelli, sale e legname e tornavano portando concia per le pelli, spezie e stoffe pregiate. Nel 1087 con la conquista normanna incominciò la latinizzazione della città, cui grande impulso diedero le famiglie liguri, toscane e lombarde venute al seguito dei nuovi dominatori. Saranno esse, unitamente ai Normanni, a formare la classe dirigente di Girgenti e ad urbanizzare la Terra Vecchia, ossia la sommità della collina compresa tra la Cattedrale, la Biberria e tutta la parte occidentale. In Sicilia capostipite fu Federico I, signore di Sutera, che sposò la nobile agrigentina Marchisia Prefoglio, la quale ereditò dal fratello la contea di Caccamo, accrescendo con la sua dote la ricchezza, la potenza ed il prestigio dei Chiaramonte. Secondo la tradizione, qui nacque da genitori spagnoli nel XIV sec. il beato Matteo Cimarra. I Normanni continuarono a favorire le attività commerciali create dagli Arabi, ma agli scambi con l'Africa privilegiarono quelli con le Repubbliche Marinare di Genova, Pisa, Amalfi e Venezia molto interessate soprattutto all'acquisto dei nostri agrumi, cotone, canna e seta. La dominazione angioina (1266-1282), succeduta a quella normanno-sveva, fu un duro colpo per tutta la Sicilia. Carlo d'Angiò e i suoi tennero nei confronti dei Siciliani un atteggiamento costantemente sprezzante e provocatorio, togliendo, e questo fu un grave errore politico, ai baroni siciliani molti dei privilegi di cui godevano, non comprendendo che nessuno poteva governare in Sicilia senza arrivare ad un accomodamento con loro.

Abitazioni Trogloditiche

Abitazioni trogloditiche

Ciò, come sappiamo, provocò la rivolta del Vespro (o Vespri Siciliani) il 31 marzo 1282 e la cacciata dei Francesi, ma richiese l'aiuto degli Spagnoli, che finirono col sostituirsi agli Angioini. Gli Spagnoli furono più avveduti e, dopo aver ridato ai baroni i perduti privilegi, concessero alla Sicilia un buon margine di autonomia, preferendo ad un governo centrale un certo decentramento amministrativo. Salvo una breve parentesi nel corso della quale l'isola passò prima a Vittorio Amedeo di Savoia e poi agli Asburgo d'Austria, essi governarono fino alla liberazione garibaldina. I primi Spagnoli ad arrivare nella nostra città furono Catalani, interessati ai commerci portuali. Tra essi si distinsero i Puyades, ebrei convertiti, che abitavano in via orfane, dov'era il ghetto degli Ebrei, limitrofo al quartiere nobile della città. Tra il 1500 ed il 1600 Girgenti si arricchì a dismisura di chiese e conventi, molti dei quali, dopo l'unità verranno demoliti o trasformati in edifici pubblici. Fino agli albori delle lotte risorgimentali Girgenti progredì poco. Gli Spagnoli favorirono l'immobilismo, amministrando soltanto con le cosiddette tre "F": frusta, farina, feste. La città era disadorna e abbandonata a se stessa. Le strade sconnesse diventavano fangose d'inverno e polverose d'estate. L'analfabetismo toccava punte elevatissime.Nei quartieri di periferia le condizioni igieniche erano spaventose, perché vi abitavano molti contadini, che, a causa delle frequenti incursioni piratesche, avevano dovuto per motivi di sicurezza rinunciare ad abitare in campagna. Questa povera gente stava stipata insieme agli animali in angusti locali a piano terra senza finestre (catoi). Le strade, invase da pecore, galline, maiali ecc. erano ridotte a veri e propri letamai. Il sonno secolare che aveva mummificato la vita agrigentina, prolungando in modo indecente il sistema feudale, si era ripercosso in modo notevole sull'economia. Nella prima metà dell'Ottocento Girgenti si presentava come una città rurale. Le attività commerciali erano pressocché inesistenti. A parte la via Atenea, che disponeva di poche e misere botteghe, qualche movimento mercantile si riscontrava nei piani Biberria, Lena, San Domenico (oggi piazza Pirandello).

Antico artigianato agrigentino

Antico artigianato agrigentino

- sopra ''Stazzone in via Garibaldi'' Da Museo Civico
- sotto ''Antonino Cirino 'u vecchiu sajaru''

Nel piano Biberria si concentravano varie attività, specialmente di mediazione. A piano San Domenico c'era la Vucciria con diverse rivendite di carne. Una particolare attività commerciale molto diffusa era quella dell'acquaiolo esercitata da ambulanti, che a piedi o con carrettini andavano in giro per la città, vendendo acqua da bere, solitamente attinta nella rinomata fontana di Bonamorone. I recipienti usati per il suo trasporto erano: bummuli, quartare e lanceddre. Poche le attività artigiane. Tra le più redditizie ricorderemo quella dei falegnami, degli intagliatori del legno e quella dei pastai. Caratteristiche quelle dei sajari, dei vardiddrara, degli stazzunara, degli stagnatura, dei dolceri. Tra le attività industriali vanno ricordate quelle del carbone artificiale, del ghiaccio e dello zolfo. A peggiorare il quadro socio-economico, nel 1832 una infestazione di cavallette distrusse i raccolti e nel 1833 un'altra causò la micidiale febbre petecchiale. Come se ciò non bastasse, nel 1837 si diffuse anche l'epidemia di colera, che decimò la popolazione, riducendola a poche decine di migliaia.Il re borbonico Ferdinando II nel Giugno del 1847 arrivò in città sempre più preoccupato per il deteriorarsi della situazione politica. Poiché trovò il popolo affamato ed allo stremo, ordinò ai suoi amministratori di promuovere tutta una serie di opere pubbliche, per alleviare la disoccupazione e calmare gli animi. In quello stesso anno si diede il via alla costruzione della strada di collegamento tra Girgenti e Licata e nell' anno successivo alla costruzione della Passeggiata, dei Giardinetti di Porta di Ponte e della Villa Maria Teresa, che dopo la liberazione sarà intitolata a Garibaldi. Nel 1850 si rifece la pavimentazione delle strade principali, si migliorò il collegamento tra la città ed il Quadrivio Spinasanta e tra il tempio della Concordia e quello di Giunone. Nel 1858 si cominciarono ad abbattere le fabbriche dei figuli in piazza Vittorio Emanuele ed al loro posto fu iniziata la costruzione del Palazzo della Provincia. Intorno al 1860, ma soprattutto dopo l'Unità, la città ebbe come un sussulto, volle rifarsi il volto per apparire più bella e più moderna. Si trasferirono, così, in periferia fondaci, stazzoni e frantoi, si livellarono e si ripavimentarono le strade più importanti, si crearono nuove piazze si migliorò l'illuminazione pubblica, si rifecero le facciate agli antichi palazzi e diversi altri ne sorsero, si ampliò e si allungò la Passeggiata, si costruirono scuole di ogni ordine e grado e così si ridusse l'analfabetismo. Sul finire dell'ottocento e agli inizi del Novecento le attività commerciali e industriali ebbero un nuovo impulso.

La via Atenea illuminata a gas si arricchì di negozi eleganti e ben forniti. Altri stazzoni scomparvero dal centro cittadino e si trasferirono nella zona dell'attuale Quadrivio Spinasanta, che cominciava a diventare un importante quartiere periferico La Vucciria di piazza San Domenico (attuale piazza Pirandello) venne trasferita più in basso nel largo San Sebastiano (oggi piazza Sinatra). Al piano Lena sorse un vivace mercato ittico con dei grandi piani di marmo poggianti su robusti supporti di ghisa, sui quali veniva esposto il pesce. Con l'apertura del Canale di Suez nel 1869 il commercio degli zolfi ebbe un notevole impulso, ma agli inizi del Novecento subì una forte contrazione, che provocò una grave crisi economica. A farne le spese, tra gli altri, fu Stefano Pirandello, padre di Luigi, grosso commerciante e appaltatore di miniere. Sempre fiorente continuava ad essere la produzione delle paste alimentari, la prima vera industria cittadina fù il Pastificio Piedigrotta.
a Prima Guerra Mondiale (1915-1918) fu vissuta dagli Agrigentini attraverso le drammatiche lettere dei soldati al fronte, nelle quali essi raccontavano di terribili sofferenze tra le nevi alpine, privi di vestiario adeguato. Alla fine della guerra, si contarono i caduti. Girgenti aveva pagato un alto tributo alla causa nazionale. Finita la guerra, la città riprese a vivere subendo il fascino dei nuovi fermenti politici, che giungevano dal continente. In poco tempo il Fascismo (1922-1943) si affermò anche da noi e tutta la città accorse in massa il 9 maggio 1924 e il 15 agosto 1937, per applaudire Benito Mussolini in visita alla nostra città. Il Fascismo continuò l'opera di miglioramento urbanistico, costruendo diversi edifici pubblici e case popolari. Nel 1926 il Consiglio Comunale decise di cambiare il nome arabo della città con quello romano e così Girgenti tornò ad essere Agrigento. La Seconda Guerra Mondiale (1939-1944) mise a ferro e a fuoco anche Agrigento, situata lungo l'asse di avanzamento degli Alleati, sbarcati a Gela il 10 luglio del 1943. La nostra gente ricorda ancora con terrore quella lunga fila di navi militari davanti alle nostre coste, che cannoneggiavano la città, ed il bombardamento aereo del 12 luglio, causò ingenti distruzioni, soprattutto nel quartiere di San Girolamo e nella via Pirandello. Molte persone, che si erano rifugiate nei ricoveri, morirono sotto le macerie o soffocate dalla polvere. Le bombe danneggiarono gravemente l'ex convento e la chiesa di San Francesco, il Monastero di S. Spirito, la Cattedrale e la chiesa dell'Itria. Gli anni del dopoguerra, e specialmente gli anni Cinquanta e Sessanta, videro la città priva di un piano regolatore e di ogni controllo del territorio urbano. Molti cittadini, pertanto, risolsero con l'aiuto di appaltatori senza scrupoli, i propri bisogni abitativi e fu il caos. Si costruì ovunque, anche in zone geologicamente instabili. II 19 luglio 1966 avvenne l'inevitabile catastrofe: la frana, anzi la frana di Agrigento, la cui notizia fece rapidamente il giro del mondo. E' la frana che, sia pur di limitate dimensioni, cambierà il volto della città e anche condizioni e aspettative di molti cittadini. Su questi fatti si speculò molto e a lungo. Il disastro interessò la parte nord-occidentale della città, dalla Cattedrale fino alle adiacenze di via Dante. I quartieri più colpiti furono quelli dell'Addolorata e di S. Croce. Molti i danni e i senza tetto. La furia della speculazione edilizia, priva di ogni freno, non aveva risparmiato aree urbane fortemente a rischio ed alla fine il risultato era perfino scontato . La città e l'edilizia selvaggia subirono un vero e proprio processo nazionale. A causa dell'eccessiva politicizzazione, che si volle dare ai fatti, ad accuse sacrosante si mescolarono false calunnie. I giornali non si fecero scrupolo di pubblicare foto, che a causa di una prospettiva fortemente schiacciata, facevano credere che i palazzi fossero a ridosso dei templi. Così Agrigento, città al secondo posto tra quelle più depresse d'Italia, da tutti ignorata nei suoi bisogni fondamentali e ricordata per qualche reminiscenza classica, saliva alla ribalta nazionale e diventava per antonomasia, espressione di scandalo edilizio.
Le fonti storiche avevano già messo in luce l'instabilità geologica, facendo risaltare una serie di acquedotti sotterranei, creati dai greci, e che frane e smottamenti erano stati causati dal crollo di questi cunicoli eccessivamente gravati dal peso delle sovrastanti costruzioni.
Da quel 19 luglio 1966 la città di Agrigento cambiò volto, così nacquero i quartieri satelliti, e tutto ciò provocò una fuga continua, senza ritorno, dal centro storico.
L'evento franoso del 1966 produsse l'arresto immediato e totale delle attività edilizie con gravissimo danno per l'economia di Agrigento, che direttamente o indirettamente, aveva il suo propulsore più importante. Ciò provocò prolungate e violente manifestazioni. Per rimettere ordine in tanto sconquasso urbanistico, il Governo emanò il Decreto chiamato " Gui-Mancini ", dalla firma del Ministro della Pubblica Istruzione e del Ministro dei Lavori Pubblici. Il Decreto divide il territorio in 4 zone: la zona A di assoluta inedificabilità, per andare alla zona B e alle altre. La maniera come queste zone vennero stabilite non è chiara, fatto sta che le zone di inedificabilità con i suoi limiti e divieti comprendono un territorio che va quasi da Punta Bianca fino al Caos, da San Leone fino alla Rupe Atenea. Quest'ampia protezione del territorio che impediva lo sviluppo a sud dei Templi, diede il via all'abusivismo, con il silenzio di tutte le autorità amministrative, politiche, e della stessa magistratura. Da notare che l'abusivismo fu un fenomeno rivolto alle zone A e B, ma fuori dalla Valle dei Templi, che non è affatto cementificata ma resta una delle zone archeologiche maggiormente rispettate nel mondo.
Mentre si facevano tante autorevoli e severe dichiarazioni di salvaguardia ambientale e archeologica, paradossalmente in contrapposizione alle leggi che avrebbero dovuto tutelare il patrimonio del mondo si autorizzava la costruzione del lungo Viadotto Morandi che affonda le fondamenta dei suoi piloni, sorreggenti la sopraelevata, sopra la parte di una importantissima necropoli greca, alterando profondamente il paesaggio. Verso la fine degli anni Sessanta la mafia cominciò a far sentire pesantemente la sua presenza in città. Varie guerre tra clan per il controllo del territorio, seminarono la morte ed il terrore. Processi egregi effettuati nella Grande Casa della Giustizia hanno inferto condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso a 29 imputati. Il processo e la successiva pubblicazione degli atti consentirono agli Agrigentini di farsi per la prima volta un quadro della fitta e intricata rete organizzativa della mafia. Sotto i colpi caddero uomini coraggiosi ed egregi come il Commissario Tandoj, il Giudice Livatino ed il Maresciallo Guazzelli. Dopo anni di immobilismo politico e sociale, un grande fermento produsse la notizia che l'8 maggio 1993 sarebbe venuto in visita ad Agrigento Papa Giovanni Paolo II.






Papa Giovanni Paolo II in visita ad Agrigento - 1993

Papa Giovanni Paolo II in visita ad Agrigento - 1993

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