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Agrigento e la Valle dei Templi, guida per il turista | Agrigento and the Valley of the Temples, the guide for tourists

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Gli Ipogei, le grotte e i sepolcri di Agrigento

Itinerari

Gli Ipogei, le grotte e i sepolcri di Agrigento

Agrigento, la Valle dei Templi

5° ITINERARIO


IPOGEI
GROTTA FRAGAPANE
GROTTA CIAULI
NECROPOLI ROMANA GIAMBERTONI
CIMITERO SUB-DIVO


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L'approvvigionamento idrico dell'antica Akragas, in aggiunta all'elementare sistema dei pozzi pertinenti alle case, era assicurato da un complesso sistema ipogeico di canali che dalla parte più alta della città, denominata Rupe Atenea, e dalla collina di Girgenti scendevano per attraversare tutta la Valle dei Templi articolandosi in varie diramazioni.La loro origine é strettamente connessa alla morfologia del territorio agrigentino poiché la collina e la valle poggiano su strati di argilla alternati a strati di calcarenite, detta comunemente "tufo". In considerazione della permeabilità della calcarenite nonché della impermeabilità dell'argilla, per consentire alle acque di penetrare nell'interno, le gallerie sono state costruite fra i due strati in modo da realizzarne la base nell'argilla e il tetto e le pareti nella calcarenite. Tutto l'impianto rappresenta una mirabile opera di ingegneria idraulica, soprattutto se si pensa che all'epoca non venivano utilizzati i moderni corredi tecnici. Da un attento studio della composizione delle rocce calcareniche fu infatti realizzato un sistema idoneo a ricavare tanta acqua da porre l'antica Akragas e poi Agrigentum nelle condizioni di diventare una città ricca e rigogliosa e, di conseguenza, popolosa. La più consueta forma delle gallerie é caratterizzata da un corridoio ad altezza d'uomo (circa 1.80 cm) ricavato dalla roccia viva tufacea con scavo manuale e sviluppato in pendenza per diverse centinaia di metri. Il piano di calpestio misura mediamente 60-90 cm. e quando non é del tutto invaso dalle acque o dal fango evidenzia uno o due canali laterali incassati per convogliare le acque. Le volte e le pareti interne delle gallerie presentano stillicidi e formazioni stalattitiche di particolare bellezza, mentre il suolo, ingombrato da massi caduti o dalla creta, è ricoperto da stalagmiti. Appaiono altresì suggestive le nicchie scavate lungo le pareti con il preciso scopo di accogliere le lucerne e favorire le ispezioni. Alcuni cunicoli sono abitati da colonie di particolari pipistrelli appartenenti alla famiglia dei Rinolofildi, genere ormai scomparso in diverse regioni europee, i quali costituiscono dei veri e propri indicatori ambientali in quanto la diminuzione del loro numero o la loro scomparsa da un determinato territorio rivelano cambiamenti negativi nell'ambiente.
La storia riferisce l'origine degli ipogei al lontano 480 a.c., periodo in cui sulla città di Akragas regnava il tiranno Terone del quale ancora oggi si può ammirare la monumentale tomba sita alle pendici del tempio di Ercole. Si racconta che in quella data gli akragantini sconfissero i Cartaginesi nella Battaglia di Imera e condussero nella città dei Templi migliaia di schiavi utilizzando questa enorme massa di braccia proprio per la realizzazione degli ipogei. Essi vennero progettati dall'architetto Feace per favorire l'approvvigionamento idrico della città che all'epoca contava più di quattrocentomila abitanti. Allo stato si conoscono diciotto canali sotterranei i quali dalla parte alta della polis defluiscono a valle in una depressione profonda venti braccia e dal perimetro di sette stadi e, in particolare, alcuni raggiungono l'ampia cavità che insiste sull'estremità occidentale della collina su cui si estende il parco archeologico che si identifica con la Colimbetra, magnifico luogo di cui parla lo storico Diodoro il quale lo descrive come una splendida piscina:

"La quantità maggiore di prigionieri fatta ad Himera venne impiegata ad opere di utilità pubblica. Essi tagliarono pietra, non solo per i grandi templi, ma anche per ricavare dei canali sotterranei necessari al deflusso delle acque della città; opera assai grande e degna di considerazione maggiore dello scarso pregio che ebbe. Siccome l'imprenditore del lavoro era nominato Feace, anche questi canali furono denominati feaci. Si costruì insieme una grande vasca detta Colimbetra, del perimetro di sette stadi, profonda venti braccia; condottevi le acque delle fonti e dei ruscelli ne venne vivaio di pesci per i banchetti, e la allietavano cigni e altri volatili; trascurata in seguito essa interrò".

Intorno al V° secolo molti ipogei furono trasformati in sepolcreti. In base alla simmetria e al numero limitato delle sepolture si suppone che la maggior parte di essi fosse destinata ad un numero limitato di persone e, pertanto, rientrasse nella categoria dei cimiteri di diritto privato. L'interesse di coloro che si sono dedicati allo studio dei cimiteri cristiani di Agrigento si é focalizzato in particolare sulla Grotta di Fragapane, il più vasto degli ipogei al momento rinvenuti, il cui sfruttamento fu condizionato dalla presenza di alcune cisterne e sili di epoca greca ricavati da certe balze rocciose che segnavano il confine meridionale dell'antica città. Il cimitero, che si estende da nord a sud, é in stato di buona conservazione e alle estremità della lunga galleria che lo attraversa (25 metri) presenta due accessi, ancora muniti di soglia e di stipiti, che mettono in comunicazione l'ipogeo con la necropoli paleocristiana sub-divo a nord e con il cimitero romano Giambertoni a sud. Tutte le sepolture appaiono iscritte nell'area maggiormente popolata in età greca ed ellenistico-romana, sito nel quale ancora insistono strutture murarie ed in cui sono state rinvenute ceramiche a figure rosse e a vernice nera, frammenti di lucerne ellenistiche e romano imperiali, cocci di anfore e di vari recipienti acromi, nonché altri oggetti come pesi da telaio, aghi e chiodi di bronzo, terracotte e frammenti di vasellame. Nel settore settentrionale della grotta sono presenti ancora tracce dell'originaria decorazione parietale dipinta con motivi a nastri incrociati dell'arcosolio e con riquadri raffiguranti rose rosse e foglie verdi. Le fosse rettangolari presentano le pareti scavate verso l'interno e sono state state realizzate sfruttando la naturale pendenza del terreno in maniera tale che i crani dei defunti venissero posti nella parte più elevata e rivolti verso la città. Nessuna di queste sepolture é purtroppo pervenuta intatta dal momento che mancano i coperchi che si suppone siano andati distrutti come denotano i numerosi frammenti di lastre in arenaria sparsi nelle immediate adiacenze della necropoli. Non sono state reperite neanche tracce di epigrafi o di simboli religiosi, né tantomeno del segnacolo che pare dovesse essere presente su qualche tomba. La mancanza di dati epigrafici e di corredi funerari ha spinto gli studiosi a valutare particolarmente gli elementi emersi dallo scavo stratigrafico dei livelli al di sopra delle tombe per determinare una seppur approssimata individuazione della cronologia delle sepolture.
La necropoli romana Giambertoni si estende verso sud per circa 400 metri occupando una parte del pendio della collina sottostante il Tempio della Concordia fino alla pianura di San Gregorio. La struttura fu utilizzata anche in età paleocristiana, forse sino al VI° secolo d.c., e comprendeva alcuni recinti sepolcrali all'interno dei quali si trovavano tombe a fossa, a sarcofago e talvolta anche edicole o piccoli mausolei. Si distingue per le particolarità architettoniche e per l'ottimo stato di conservazione dell'heroon detto impropriamente "Tomba di Terone". Di epoca costantiniana si suppone invece sia il cimitero Sub-divo il cui impianto all'aperto rappresenterebbe un momento, forse iniziale, dell'intensa occupazione del sito con la necropoli paleocristiana ipogeica. La necropoli Sub-divo precederebbe quindi, sia pure di poco, la creazione degli ipogei e si pensa che fu l'esigenza di nuovi spazi a creare un collegamento tra detto cimitero e la necropoli ellenistico-romana Giambertoni.
La necropoli paleocristiana di Agrigento conta anche una serie di ipogei minori che furono scavati nella balza rocciosa rispettivamente ad ovest, a nord e ad est della catacomba di Fragapane. Detti ipogei si articolano in gruppi omogenei con caratteristiche tipologiche comuni tra cui la pianta quadrata con la volta tronco-piramidale derivata dallo sfruttamento di alcune cisterne quadrangolari preesistenti. Ai complessi finora noti si vanno aggiungendo nuovi ipogei dislocati lungo il costone arenaceo ad est della Grotta di Fragapane e, nonostante alcuni di essi appaiano danneggiati per il crollo della volta, altri conservano gran parte dell'interramento lasciando un filo di speranza per le future esplorazioni.
Nell'attuale conformazione molte delle imboccature di accesso ricadono in terreni privati e talvolta anche all'interno di abitazioni. Gli ipogei da cui ancora affiora un consistente flusso di acqua vengono tuttora sfruttati dai privati per uso domestico ed irriguo con impiego di pompe idrauliche di sollevamento.


di Margherita Biondo

Poche persone si sono spinte addentro nei sotterranei di Agrigento, vuoi per paura, vuoi per buon senso, considerato il cattivo stato di salute in cui versavano e per questo diverse leggende si sono accavallate durante questi secoli soprattutto per il sotterraneo più importante, quello per intenderci considerato il “Labirinto”. Perché in effetti, consta di una serie di meandri in parte naturali, in parte fatti dall'uomo, più o meno grandi, ognuno dei quali si ramifica per collegarsi con altri ambienti.Una delle leggende più avvincenti racconta che il famoso toro di Falaride sia stato nascosto in uno dei vari stanzoni del Labirinto, nel silenzio e nel buio perenne. Un'altra, racconta addirittura che dentro il Labirinto si trovi una “Carrozza tutta d'oro”.Per ipogei agrigentini si intende una miriade di cunicoli scavati in buona parte dall'uomo sotto l'antica città di Akragas; ma se ne trovano anche fuori le mura.La loro funzione era quella di raccogliere le acque sotterranee; quasi tutti hanno la forma di un parallelepipedo alto in media cm. 1,85 e largo cm. 80. Il buio vi regna sovrano, il silenzio è rotto dal dolce tintinnio di gocce che trasudano dalle pareti e dalle volte o talora dal battito d'ali di qualche pipistrello. Gli ipogei sono tutti scavati nel tufo arenario conchiglifero, che caratterizza il sottosuolo agrigentino e non sempre è possibile visitarli per tutta la loro estensione, perché frane naturali o provocate dall' uomo, ne ostruiscono il passaggio. Certe volte invece, è possibile arrivare fino alla fine dei cunicoli.Il fondo melmoso talvolta lascia intravedere una cunetta centrale per la raccolta delle acque.Nelle pareti si notano ancora perfettamente i colpi delle picconate, nonché il fumo delle lucerne ad olio, che messe in apposite nicchie, rischiaravano il pesante lavoro degli schiavi.Narra, infatti, Diodoro che la gran massa di schiavi cartaginesi catturati dagli Acragantini nel 480 a.C. dopo la battaglia di Imera, venne utilizzata in lavori di pubblica utilità. Essi tagliarono pietre per pubblici edifici e scavarono canali sotterranei, per creare una rete idrica capace di soddisfare i bisogni sempre crescenti di acqua per usi potabili ed irrigui.Ideatore di queste opere grandiose, come ci tramanda Diodoro, fu l'architetto Feace, il quale concepì un'intricata rete di ipogei che scendevano dalle alture che circondavano Akragas, sia dalla Rupe Atenea che dallo Sperone, sia dal colle di Girgenti che dal Monserrato.Ma non tutti gli ipogei di Agrigento appartengono alla stessa epoca; quelli del Santuario Rupestre di Demetra, per esempio, sono molto più antichi e risalirebbero al VII secolo a.C. ad un periodo cioè anteriore addirittura alla fondazione della città.Studiosi, come Marconi e Cultrera, ritengono che essi siano stati scavati, per rifornire di acqua le vasche del Santuario, destinate a cerimonie di purificazione.E' pensabile che anche in epoca romana si desse grande importanza alla realizzazione di ipogei, avendo essi mostrato grande validità nell'approvvigionamento di acqua.Ipogeo degli UliviSi trova in una piccola altura posta a circa 200 m. a nord-ovest dell'attuale Posto di Ristoro, nella proprietà D'Alessandro. Si entra da un'imboccatura piuttosto agevole che immette in un corridoio tortuoso e stretto. Il pavimento è abbondantemente coperto di fango e guano di pipistrelli, che vi abitano in numero rilevante. Dopo uno sviluppo di 32 m. l'ipogeo si biforca in direzione SE. Il ramo principale termina dopo 52 m., l'altro dopo circa 50 m. Entrambi si presentano in ottimo stato e conservano visibili tracce di una discreta attività di percolazione e raccolta d'acqua. L'altezza media dei cunicoli è di 1,65 m., la larghezza di cm. 72.Ipogeo degli ArchiSi trova nella zona nord di Villaseta, nella ex proprietà Sciascia-Lumia e rifornisce di acqua abbondante un giardino di agrumi. L'ingresso custodito da una grata di ferro, immette in due vasche di notevoli proporzioni che raccolgono l'acqua. Ogni vasca è lunga circa m.12 e larga m.5. Quest'ambiente ha la volta sostenuta da due archi maestosi che contribuiscono ad accrescere l'interesse e il valore di questo acquedotto.Oltre le vasche, l'ipogeo procede in modo abbastanza normale con il solito percorso tortuoso, che si sviluppa in direzione NE. Dopo circa m.80 un muro di fattura moderna ne impedisce la prosecuzione.Ipogeo dei RoviSi trova nella Colimbetra, in direzione del tempio di Vulcano.A circa m.2 dell'ingresso l'ipogeo si biforca. Il ramo principale si snoda in direzione EST-NE per 65 m. e sbocca all'esterno; il ramo secondario si eleva di m. 1,50 rispetto al primo e lo attraversa.Non è stato possibile esplorarlo del tutto per la scarsa consistenza della pavimentazione nel tratto che passa sopra al ramo principale.Abbondanti tracce di acqua abbiamo trovato nel tratto iniziale, che in alcuni punti era alta 20 cm. Anche qui pipistrelli e deposito di guano.Mediamente i cunicoli sono alti m.1,68 e larghi cm.80.Ipogeo GiacatelloTra i più conosciuti, si trova in contrada Giacatello e lo si raggiunge per un viottolo che si apre a lato della S.S. che conduce a S.Nicola.Dall'ingresso si perviene dopo qualche metro ad un grande ambiente(m. 19x19, h.m.2,05) puntellato da ben 49 pilastri disposti in diverse file.Il locale riceve luce ma anche acqua piovana, pietre, fango e sterpaglia, da lucernai posti in alto. Complessivamente l'ipogeo si presenta in buono stato.I pilastri sono ancora ben compatti e conservano tracce di intonaco idraulico di cui erano rivestiti, come le pareti dell'ampio locale, onde rendere la pietra arenaria sufficientemente impermeabile.In buono stato pure il mulino di epoca romana. Nell'ampio sotterraneo sboccano degli acquedotti provenienti da NO, dalle solite fattezze.L'analisi delle strutture e dei resti chiarisce bene l'ipotesi del Griffo, secondo il quale in origine il locale dovette essere una grande cisterna e successivamente in epoca romana adibito a magazzino per grano, come lascia intendere la presenza del mulino.Ipogeo del Purgatorio o Labirinto Addentriamoci ora nel leggendario “Labirinto”, il cui ingresso principale si trova accanto alla chiesa del purgatorio, nella centrale via Atenea.Senz'altro è il più grande ed anomalo ipogeo di Agrigento, che verosimilmente dovette servire agli Acragantini per più scopi.E' credibile che, oltre che per la raccolta di acqua, sia servito come cava di pietra.Per la descrizione abbiamo preferito riferirci a quella straordinaria che ne fece il poeta Lionardo Vigo che a nostro parere, a distanza di ben 165 anni, rimane impareggiabile. Scrive dunque il Vigo:” Lì 17 Settembre 1827, insieme al dottore in medicina signor Giuseppe Serroy, tentai scendere nel Labirinto da una apertura che vedesi nella casa del sig. Pasquale Sclafani, ma era talmente da muriccio ostruito, che ne fu impossibile il penetrarvi. L'inutile tentativo raddoppiò il desiderio, e dalla casa del sig. Modica ficcandoci con fiaccole, fanali, e corde per una grotta di fianco, e poi per una buca del diametro di mezzo metro, scendemmo con una scala di dieci gradini.Eravamo pallidi e credevamo gran danno rischiare per curiosità la vita nei penetrali del monte: ma lì giunti, animosi ci incamminammo l'un dopo l'altro. Ci voltolammo nel fango per un pertugio a precipizio lungo m.10 circa e largo meno di mezzo metro. Il fumo delle torce a vento soffocava, e zuppi, affumicati e brutti di limo, ci rialzammo alla prima stanza, e mi reputai felice nel poter camminare carpone. Nulla si potè ivi osservare. Passai ritto in una stanza seconda, e quel silenzio rotto dalle nostre voci echeggianti, dall'acqua che lenta gocciava, il buio dileguato dall'insolita luce ed il sentirci una città intera di sopra, accrescevano il diletto bizzarro di quella scena affatto nuova.Ogni stanza, per lo più quadrilunga, comunica irregolarmente con altre tre o quattro, e queste con altre, talchè ognuna è centro a molte che la circondano. Ciascuna più o meno è alta da due in tre metri, larga da quattro sino a sei. L'antico suolo, ingombro dai caduti massi e dalla creta, è ineguale. Scende come la montagna ed è coperto da stalagmiti, il tetto orizzontale lo è di stalattiti.Vedesi ancora nel tufo calcare il taglio dello scalpello che l'incavò. Le mura intermedie sono grosse da uno a due metri. Le comunicazioni non si guardano, non havvi vestigio di porte. Ad ora ad ora, incontransi nel tetto delle aperture otturate dalla terra caduta e che ha preso la forma di un cono. Così fidando nel mio filo di Arianna, d'una in altra cavità passando, vidi grandi massi avvallati e altri che minacciavano un precipizio.A 15 m. sottoterra, fui chiuso dal monte e da uno stagno di acqua dolce e limpida. Chiunque sarebbe retrocesso:noi avanzammo.Non posso tacervi ch'io avea sotto gli occhi, Dante, che iva nella città dolente, e quelle bolgie, più presto che camere, e quelle rupi stesse cadute e cadenti mi richiamavano alla memoria i divini carmi del ghibellino, che il dottore Serroy declamava, scuotendo la fiaccola e stendendo la corda.Io consigliavo il ritorno, temendo che si turasse l'uscita: erano sordi tutti e predicavo al deserto, onde mi fu forza progredire, non sapeva più in quale direzione si camminasse. Non da dove eravamo venuti, né dove si andasse. Le camere si ripetevano e gli incomodi non minoravano.A 50 m. vidi questa leggenda nel tufo: Y.Houel 9-1776.Quello scritto mi rianimò e volli percorrere oltre la meta in cui Houel si era arrestato.Penetrai quasi altrettanto; ma il pericolo di restare schiacciati e la monotonia ci fecero retrocedere. La sortita fu più disagevole della discesa: solo con l'aiuto delle dita delle mani e delle punte dei piedi, aggrappate e puntellate nel fango dal pertugio tondo, grondanti di sudore, ne rimettemmo, come Dio volle, sotto la scala, e quindi uscimmo a riveder le stelle”.

Tratto da "I sotterranei di Agrigento" di A.Dalli Cardillo e N.Sciangula - AAST

Grotta "Ciavuli"
L'antico borgo di Sant'Angelo Muxaro conserva il fascino ancora intatto di un paesaggio di altri tempi. Situato sull'omonimo colle gessoso, il paese è circondato da un susseguirsi di rilievi, con creste e spuntoni di roccia che sembrano volersi aggrappare al cielo. Alcuni studiosi ritengono che Sant'Angelo Muxaro sia il luogo dove sorse la mitica città di Kamicos appartenuta al re sicano Kokalos; la leggenda narra che il re ospitò con amicizia l'ingegnoso architetto ateniese Dedalo, inventore del celebre labirinto del mino-tauro. Di certo nell'area circostante del paese vi sono rilevanti resti archeologici risalenti proprio all'epoca sicana, come la necropoli costituita da una serie di tombe protostoriche a tholos, di cui la più rinoè quella conosciuta come Tomba del Principe, una delle più grandi e integre nell'area del Mediterraneo. Tra i ritrovaarcheologici molti oggi sono espoin importanti musei internazionali, come la patera aurea che si può ammiraal British
Museum di Londra. Ma il borgo di Sant'Angelo Muxaro non offre soltanto grandi emozioni per gli appassiodi archeologia, ma anche per gli amanti della natura giacché, proprio alle pendici del colle, su cui sorge il paese, si apre l'ingresso ad una delle più particolariserve naturali della provincia di Agrigento: la Riserva Naturale Grotta di Sant'Angelo Muxaro o Grotta "Ciavuli", gestita da Legambiente Sicilia. La visita all'ampio antro di ingresso della grotta consente già di vivere un'interessante esperienza speleologica; ma, se si vuole essere completamente rapiti dal fascino del mondo sotterraneo, occorre andare oltre e penetrare nel cuore del rilevo gesdove un mondo di vitrei cristalli e di splendide formazioni rocciose brillano grazie alla tenue luce emessa dai caschi forniti ad ogni visitatore. I silenzi del mondo sotterraneo sono alternativamente spezzati dal suono armonico creato dalle innumerevoli cascatene, che formano piclaghetti. Per accedere ai percorsi ipogei è necessario contattare preventivamente l'Ente gestore e prenotare la visita con almeno 48 ore di anticipo. Tra le altre aree carsiche di particolare pregio, visitabili, si segnala il Vallone del Ponte, una valle limitrofa alla riserva; in questo caso i percorsi speleologici, che interessano numerose grotte, si alternano con itinerari in superfice lungo il complesso canyon fluvio-carsico inciso dall'omonimo torrente. La visita a Sant'Angelo Muxaro consente in definitiva di vivere esperienze in cui avventura, archeologia, storia e mito si fondono in perfetta armonia.


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